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Regime forfettario 2026, riforma approvata: cosa prevede?
Dal 2026 il regime forfettario continua a essere la porta di ingresso “agevolata” per chi apre o mantiene una partita IVA individuale, grazie alle modifiche introdotte dalla Legge di Bilancio 2025. La logica rimane quella già conosciuta: tassazione semplificata e imposta sostitutiva al posto delle normali aliquote IRPEF, con un tetto di ricavi annui fissato a 85.000 euro.
Regime forfettario 2026: conviene ancora la partita IVA?
Per chi avvia una nuova attività, viene confermata la possibilità di applicare un’aliquota ridotta al 5% per i primi cinque anni, a patto di rispettare alcune condizioni di base: non aver svolto attività d’impresa o professionale nei tre anni precedenti e non limitarsi a “continuare” sotto forma di partita IVA un lavoro che prima era già svolto come dipendente o autonomo.
Una delle novità più evidenti riguarda i lavoratori dipendenti che vogliono provare la strada del lavoro autonomo: il limite di reddito da lavoro dipendente compatibile con il forfettario viene alzato a 35.000 euro lordi annui, rispetto ai 30.000 del passato. Questo rende il regime accessibile a una platea più ampia di persone che desiderano “testare” il lavoro in proprio senza lasciare subito il posto fisso.
Sulla carta, quindi, il 2026 sembra un anno in cui lo Stato prova a rendere il forfettario più appetibile. Ma, se si guarda oltre le agevolazioni fiscali, la vita quotidiana di una partita IVA resta tutt’altro che semplice.
Soglie, limiti e uscite: perché non è tutto rose e fiori
Il regime forfettario è conveniente finché si rispettano determinate soglie. La regola chiave è semplice solo all’apparenza: se i ricavi o compensi annui rimangono entro 85.000 euro, si può restare nel regime agevolato anche nel 2026. Se si supera questo limite, però, lo scenario cambia rapidamente.
È previsto infatti un doppio scalino. Chi supera gli 85.000 euro ma resta sotto i 100.000 mantiene il forfettario per l’anno in corso, ma dal 1° gennaio dell’anno successivo entra automaticamente nel regime ordinario, con tutte le complessità che ne derivano. Se invece durante l’anno i ricavi superano i 100.000 euro, l’uscita dal forfettario è immediata e la partita IVA si ritrova a dover applicare l’IVA già sulle operazioni che fanno scattare il superamento.
Per chi è già nel regime agevolato, la fine del 2025 è stata un momento delicato: ha significato controllare con attenzione incassi, eventuali redditi da lavoro dipendente o pensione, spese per collaboratori e ogni possibile causa che potesse far perdere i requisiti. Questo tipo di verifica, peraltro, non è un’eccezione legata al passaggio 2025/2026, ma una routine che si ripete ogni anno e richiede disciplina, organizzazione e spesso il supporto di un consulente.
Il messaggio implicito è chiaro: il forfettario è un’agevolazione, non un “pilota automatico”. Basta poco per uscire dal perimetro e ritrovarsi, magari in modo imprevisto, in un regime molto più complesso da gestire.
Contributi e coperture: la parte nascosta del conto
Quando si parla di regime forfettario si tende a guardare soprattutto alle imposte, ma per una partita IVA la voce contributi pesa almeno quanto le tasse. E qui le differenze fra categorie diventano decisive.
I professionisti senza cassa dedicata, iscritti alla Gestione Separata INPS, versano contributi in percentuale sul reddito effettivamente prodotto, senza minimi fissi. Chi invece appartiene a una cassa professionale autonoma segue le regole di quell’ente, con combinazioni di contributi fissi e variabili che cambiano da categoria a categoria. Per artigiani e commercianti, oltre a una quota fissa annua, sono dovuti contributi aggiuntivi se il reddito supera una certa soglia, con la possibilità di chiedere una riduzione del 35% se si è in forfettario: uno sconto che alleggerisce i versamenti oggi, ma riduce anche la pensione di domani.
Questa complessità ha un impatto concreto sulla vita dei professionisti. L’agevolazione fiscale può rendere più leggera la tassazione, ma non risolve il tema delle coperture tipiche del lavoro dipendente: nessun TFR, tutele limitate in caso di malattia o infortunio, protezione più debole in caso di stop dell’attività e maggiore incertezza sui redditi futuri. Il risultato è che molti lavoratori autonomi si ritrovano a fare da “imprenditori di sé stessi” senza la rete di sicurezza di cui avrebbero bisogno.
Perché la partita IVA resta impegnativa anche dopo la riforma
Guardando il quadro d’insieme, il messaggio è duplice. Da un lato, il 2026 conferma il forfettario come strumento interessante per chi vuole iniziare o continuare un’attività in autonomia, con un fisco meno pesante rispetto al regime ordinario. Dall’altro lato, niente di tutto questo elimina lo sforzo richiesto per tenere sotto controllo soglie, requisiti, contributi, comunicazioni dell’Agenzia delle Entrate e possibili cambi di regime.
Chi apre o mantiene una partita IVA nel 2026 deve convivere con l’idea che ogni anno è un “esame”: controllare il fatturato, verificare di non aver superato i limiti, valutare l’effetto di altri redditi, assicurarsi di non essere incappato in cause di esclusione. A tutto questo si somma la normale gestione dell’attività: trovare clienti, lavorare bene, farsi pagare nei tempi, occuparsi di contratti e relazioni.
Per molti professionisti il vero punto critico non è tanto il numero delle norme, ma il peso psicologico di doverle presidiare continuamente. Ogni cambiamento di legge, ogni circolare, ogni scadenza in più è un tassello di stress che si aggiunge, fino a far sembrare la partita IVA una seconda occupazione a tempo pieno.
Il modello Ve.Ma: quando ha senso valutare un’alternativa
È qui che entra in gioco una soluzione diversa dalla classica partita IVA. Ve.Ma. ha scelto di fare una cosa molto semplice da spiegare, ma potente nelle conseguenze: offrire ai liberi professionisti un’alternativa strutturata alla partita IVA, trasformandoli in lavoratori dipendenti senza togliere loro la libertà di continuare a gestire la propria attività e i propri clienti.
Se senti che la riforma del regime forfettario non basta a rendere sostenibile la tua vita da autonomo, il passo successivo naturale è informarti meglio: capire numeri, simulare casi reali, fare domande su contratti, tutele e gestione pratica del lavoro. Ve.Ma. esiste proprio per questo: trasformare un percorso spesso solitario in una struttura organizzata che ti aiuta a concentrarti su ciò che sai fare meglio, lasciando a qualcun altro il compito di tenere a bada regole, scadenze e complicazioni. Contattaci subito per iniziare al meglio il 2026!


